Un seme cattivissimo

di Davide Rocco Capalbo

Abbiamo, sia in italiano che in inglese, diversi modi per indicare chi si comporta male sistematicamente – i poco di buono, o nel caso dei bambini, i discoli, i monelli, i così detti bambini cattivi (che, si sa, non esistono). Tra pecore nere e mele marce, ci sono due modi di dire, in italiano e in inglese, che probabilmente hanno una radice biblica comune, ma poi hanno preso strade diverse: il bad seed (il seme cattivo) e il seminar zizzania.
Non è difficile vedere l’affinità tra il bad seed inglese e il nostro seme della zizzania, da cui nasce solo erbaccia (la zizzania, appunto) che infesta i campi di grano e rovina i raccolti. La differenza è che in italiano il modo di dire stigmatizza colui che, per fare del male, sparge semi di zizzania nei campi di grano, mentre gli anglosassoni, più pragmatici e meno fatalisti, imparano fin da piccoli a distinguere il seme buono da quello cattivo (e a scartare, o emarginare, il bad seed).

Il protagonista di The Bad Seed di Jory John e Pete Oswald, ad ogni modo, non è né un seme di grano, né di zizzania: è un seme di girasole, e, prendendo alla lettera il modo di dire di cui sopra, è un seme cattivissimo. Basta guardarlo in faccia: è sempre accigliato, e se fa un sorriso, come sulla copertina, è solo perché ha in mente qualche malefatta da perpetrare.

copertina di The Bad Seed, di Jory John e Pete Oswald (HarperCollins, 2017)

Bad Seed, almeno nelle prime pagine del libro, va molto fiero delle sue cattiverie, e non vede l’ora di raccontarle al lettore: non rimette mai le cose al suo posto; se c’è da fare una fila, lui passa avanti a tutti; non si lava mai le mani e i piedi; va a suonare la batteria in biblioteca. Insomma, è proprio un cattivo vero. Gli altri semi, quando lo vedono passare per strada, lo evitano e mormorano impauriti, ma Bad Seed lo sa, e se ne frega.

È in queste tavole di panico nelle strade che Pete Oswald, con le sue illustrazioni in cui si incontrano l’acquerello e il digitale, dà il suo meglio: l’effetto un po’ rétro degli acquerelli dipinge uno scenario residenziale tutto vialetti e panchine (i grattaceli della grande città compaiono solo sullo sfondo, come montagne in lontananza), in cui abita solo gente pacifica, semi per bene. In questo idillio piccolo borghese l’irruzione di un seme di girasole come il Bad Seed porta scompiglio, e Pete Oswald è stato bravissimo a dipingere così tante espressioni di paura tutte diverse sulle facce dei semi per bene.

Tuttavia, Jory John non è certo l’autore da cui ci si aspetta una banale storia di buoni e cattivi. Già famoso per libri cult come il capolavoro di black humor All my friends are dead, ha voluto raccontare ai bambini che leggeranno il libro che il male assoluto non esiste e che nessuno è davvero un bad seed. Ha dato infatti al malvagio seme di girasole una backstory, tanto semplice quanto spassosa, che spiega perché il Bad Seed ce l’ha con tutti. E alla fine il Bad Seed ci prova, a comportarsi bene.
Non sempre ci riesce, e in questo è proprio come tutti noi; però ci prova, e va bene così.

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