Essere una studentessa turca in America negli anni ’90

di Davide Rocco Capalbo

Figlia di immigrati turchi in New Jersey, Elif Batuman fin da piccola ha sempre voluto diventare una scrittrice. È con queste intenzioni che nel 1995 ha iniziato a studiare ad Harvard. Poi, come accade a tutti, la vita segue il suo corso e Batuman ha messo da parte un tentativo di romanzo scritto a 23 anni e si è avventurata in un dottorato in letterature comparate sulla forma del romanzo russo; ha quindi iniziato a pubblicare articoli e si è fatta notare dal New Yorker, diventando una delle autrici di riferimento; ma la fiction è sempre stato il suo pallino.

Finalmente nel 2010 è riuscita a pubblicare il suo primo romanzo, I posseduti, che è un divertente e molto apprezzato racconto della vita da ricercatore accademico, nonché una testimonianza dell’amore della scrittrice per gli autori russi.

Sette anni dopo I posseduti, Elif Batuman torna con un nuovo romanzo: The Idiot. Quest’ultimo romanzo è quel manoscritto di quando era una studentessa poco più che ventenne, recuperato e rimaneggiato con l’esperienza dell’autrice che è oggi. Il titolo (come anche il precedente) è un chiaro omaggio all’omonimo romanzo di Dostoevskij e il libro è un romanzo di formazione che ha per protagonista una ragazza di nome Selin: una giovane studentessa di origini turche che nel 1995 si iscrive ad Harvard perché vuole fare la scrittrice e scrive un manoscritto sulla sua vita da studentessa. La storia si sviluppa in un arco di tempo di 12 mesi, in cui la giovane Selin, un po’ outsider, quasi un’aliena, dovrà affrontare molte prove, vivere una serie di esperienze imbarazzanti e imparare delle cose sulle relazioni.

The Idiot, infine, non è solo un romanzo di formazione: è anche un simpatico racconto di come si viveva agli albori di internet. La giovane Selin vive in un mondo disconnesso e, arrivata ad Harvard, riceve un indirizzo email. L’email, questa novità, è il mezzo con cui avvengono i primi scambi epistolari con Ivan, studente ungherese conosciuto al corso di russo. Inizia così una relazione che andrà avanti per tutto il romanzo, a cavallo tra fiction e non-fiction.

Sarebbe facile inscatolare Elif Batuman sotto l’etichetta dell’autofiction, la moda del momento. Tutt’altro che modaiola, Batuman, che avrebbe voluto scrivere un vero e proprio romanzo, ha impostato The Idiot come non-fiction perché le è stato sconsigliato di scrivere un noioso romanzo su una studentessa depressa, ma, scrivendo anche delle cose abbastanza personali, ha sentito il bisogno di cambiare qualcosina qua e là. Batuman non si dichiara peraltro contraria all’autofiction: semplicemente, non la ritiene una grande novità. È una cosa che faceva anche Proust. In un’intervista dice che se Proust fosse vissuto oggi, gli editori gli avrebbero consigliato di scrivere un bel saggio con i due punti nel titolo: qualcosa come In Search of Lost Time: The Rememberer’s Journey.

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