Il monologo di un robot

di Davide Rocco Capalbo

Quanto può essere umana una macchina? Fino a che punto un robot dovrebbe comportarsi come un essere umano, senza crearci problemi? Domande simili se le pongono da tempo sia i ricercatori che si occupano di intelligenza artificiale sia gli autori di fantascienza. In libri, film e serie TV il tema salta spesso fuori: penso a Her, il film di Spike Jonze in cui un uomo si innamora di un sistema operativo così umano da ricambiare i suoi sentimenti – o almeno così sembra.

Tuttavia è molto raro – se non unico – un intero romanzo scritto dal punto di vista di un robot, come l’ultimo dello scrittore tedesco Jochen Beyse.

Inedito in Italia, Beyse è famoso per l’uso frequente, anche sperimentale, del monologo nella sua prosa. In Fremd wie das Licht in den Träumen der Menschen (letteralmente: Straniero come la luce nei sogni degli uomini) il monologo è il mezzo attraverso cui il robot riflette e si interroga sulla propria condizione, in una sorta di dubbio amletico dell’intelligenza artificiale. Alle parti in prima persona si alternano altre più narrative in cui, con un piccolo artificio letterario, il robot esegue il comando “Erzählmodus wechseln” (“cambio di modalità narrativa”) e si riferisce a se stesso in terza persona. In questo modo conosciamo le vicende di Rob (il robot) dalla sua stessa voce. Jochen Beyse, quasi a sottolineare la sua completa estraneità alla narrazione, si ritaglia un piccolo cammeo nel romanzo: si fa riferimento a un certo Jochen Beyse, autore di un libro chiamato Beim Ausbau eines Panikraums, che Rob legge nella notte in cui si svolge la storia.

Rob, robot domestico, fugge dalla casa degli Zodiaks, la sua famiglia. Non è esattamente la famiglia ideale, sono tutti completamente immersi nella tecnologia, sanno solo quello che leggono su internet e vivono in una casa in cui regna la Internet of Things. Brutta situazione per Rob, che tra frigoriferi parlanti e tavoli che segnalano quando qualcosa sta per cadere, nella smart kitchen degli Zodiaks, come robot domestico non si sente molto utile.

Un giorno gli Zodiak fanno una copia del robot con la loro nuova stampante 3d, e Rob si rende conto di essere in grado di distinguere se stesso da quella copia. È quello il momento in cui scatta qualcosa. Dunque Rob va via di casa e cerca un riparo per la notte. Nella fuga l’energia della sua batteria si abbassa, ma Rob non attiva il risparmio energetico. Inizia a provare un sentimento che normalmente le macchine non provano: è un po’ stanco della vita.

Durante questa fuga notturna la macchina prende coscienza della propria soggettività di macchina, marcando anche un contrasto con gli uomini, che sono sempliciotti, dominati meccanicamente dagli istinti e tutto sommato stupidi.
L’unico essere umano per cui Rob prova simpatia è il tassista che lo aiuta a fuggire, di cui dice:

«Er hatte Phantasie, Charme und Witz einer Maschine»
(«Aveva la fantasia, lo charme e lo spirito di una macchina»).

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